Amaury Chartier
Ogni anno aspettavo con grande impazienza la seconda metà di giugno: il momento di andare a Le Mans si avvicinava, il 10 e l’11 giugno 2023!
Avevo 12 anni e, insieme a mio padre e mio fratello, potevo finalmente assistere alla 24 Ore di Le Mans, la più grande gara automobilistica del mondo. Per me era qualcosa di magico. Ma nel 2023 non era solo una gara…
Si diceva ovunque che fosse la centesima edizione di quella gara. Una cifra difficile da credere. Anche io, che non sapevo ancora tutto sulla storia delle corse automobilistiche, sentivo che era un momento speciale.
Partimmo quindi da Ginevra per recarci alla casa di famiglia nella Sarthe, un luogo dove la famiglia si riunisce da quasi sessant’anni, sulle alture della città di Le Mans.
Una volta arrivato, correvo nella stanza dove mio padre aveva vissuto da giovane. Era piena di ricordi. C’erano vecchie riviste di automobilismo che parlavano di piloti famosi come Kristensen, Ickx, Bell, Pescarolo, Pironi, Pirro o lo svizzero Buemi. Alle pareti, poster ormai ingialliti di Cevert, Arnoux, Senna e Prost.
Ricordo ancora molto bene quel fine settimana.
Prima della partenza, con i nostri ottimi panini preparati da mia nonna, alcuni dei quali con le famose Rillettes di Le Mans, mio padre mi spiegava le scuderie, i piloti e gli schemi di gara. Io guardavo soprattutto le auto rosse: le Ferrari. Erano diverse. Più belle. Più famose. E mio padre mi aveva detto: «Sono 50 anni che non vincono. Se succede oggi, te lo ricorderai per tutta la vita».
Quando è iniziata la gara, ero molto emozionato. All’inizio tutto procedeva veloce, troppo veloce. I sorpassi, i pit stop, il commentatore Bruno Vandestick che parlava senza sosta con la sua voce ben nota… Cercavo di seguire tutto, ma mi perdevo un po’. Poi è calata la notte.
È stato allora che tutto è cambiato. Il commentatore parlava meno spesso, le persone intorno a noi si stavano calmando e il rombo dei motori riempiva l’aria. Nel buio, avvolti dal profumo invitante delle salsicce e delle patatine fritte, solo i fari delle auto illuminavano il circuito.
Le carrozzerie brillavano sotto le luci ad ogni passaggio, come in un sogno.
Facevo fatica a restare sveglio. Mio padre mi aveva detto che resistere tutta la notte significava «far parte della gara».
Tra il sonno e il risveglio, ricordo di aver aperto gli occhi diverse volte. Ogni volta, lui continuava a guardare. E spesso mi diceva dolcemente: «Guarda, le Ferrari sono ancora lì…»
Al mattino ero stanco, ma non riuscivo a smettere di guardare. La gara si faceva sempre più serrata. Ogni minimo vantaggio contava tra le Ferrari, le Toyota, le Porsche e le Cadillac.
Il mio cuore batteva sempre più forte ad ogni passaggio.
E poi le ultime ore…
Mi sono avvicinato allo schermo senza rendermene conto. Mio padre non parlava quasi più. Lo guardavamo entrambi, molto concentrati.
Quando la Ferrari numero 51 di Calado, Giovinazzi e Pier Guidi ha preso il comando davanti alla Toyota e alla Cadillac, ho provato una sensazione strana. Un misto di paura e gioia, come se fossi io stesso a far parte della squadra.
E quando ha tagliato il traguardo…
Mio padre ha alzato le braccia. Anch’io. Abbiamo gridato, abbiamo riso. Mi sono persino venute le lacrime agli occhi, senza sapere bene perché. Era «solo una corsa»… ma no, per niente. Era molto più di questo.
Era la storia. Era l’attesa. Era il momento giusto.
E, soprattutto, era la prima volta che mi capitava una cosa del genere.
Mio padre mi guardò e mi disse: «Vedi, questo è Le Mans».
E aveva ragione.
Il nostro incontro con la Ferrari non sarebbe finito lì. Sulla strada del ritorno verso Ginevra, abbiamo incrociato in autostrada il camion che trasportava la Ferrari vincitrice. L’abbiamo salutata suonando a più non posso il clacson.
Quel fine settimana ho capito che certe vittorie non sono solo dei risultati. Sono ricordi che durano tutta la vita.



















